L’intervista del Venerdì: Simone Baldini Tosi e il Suono della MENTEPRESENTE

Cari lettori an(n)archici, ecco qui una nuova intervista. Avete la possibilità ancora per una settimana di contribuire a questo splendido progetto a cavallo tra musica, spiritualità e filosofia! Leggete tutto e capirete…Aggiungo che ho avuto la fortuna di incontrare Laura, Simone e figliolo quest’anno, dopo lunga frequentazione virtuale con lei.

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Buongiorno Simone, e grazie per avermi concesso quest’intervista!
Buongiorno Annalisa grazie a te per la tua curiosità.

Raccontaci brevemente il tuo percorso nella musica, nello yoga e nella vita.
Il passato, per me, è qualcosa di affascinante perché si trasforma ogni volta che mi volto per guardarlo. Se avessi dovuto rispondere a questa domanda sei anni fa, avrei separato in modo netto questi tre mondi. Per quanto riguarda le informazioni biografiche ti rimando a wikipedia (ahahahah). A parte gli scherzi, credo che nel presente ci siano contemporaneamente sia passato che futuro, quindi per essere breve ti dico che in questo momento della mia vita, musica e yoga coesistono sinergicamente, in maniera direi sincretica: l’una necessita dell’altro per esistere.

Da dove deriva il nome del tuo progetto e in cosa consiste?
“Il suono della MENTEPRESENTE” vuole essere un percorso verso il suono interiore, quello che esteriormente appare come silenzio, ma che risuona dentro come esistenzialmente denso. Ho abbracciato il mio passato e non mi sento di rinnegare la produzione cantautoriale occidentale alla quale sono stato molto affezionato. Ho deciso però di costruire un percorso che attraversa la musica d’autore grazie ad artisti che, più o meno consapevolmente, hanno cantato il Dharma. La scaletta lascia spazio a canzoni di Giorgio Gaber, Lindo Ferretti, Niccolò Fabi per poi scivolare nei miei brani che hanno una direzione più connotata nel pensiero filosofico yoga ed arrivare al flusso sonoro dei mantra. Ci sarà spazio e tempo anche per qualche riflessione che si rifà alla tradizione buddista, perché leggerò un brano dal libro di Thich Nhat Hanh “La pace è ogni passo”. Insomma non ci sarà da annoiarsi (ahahahahha).

Come mai hai deciso di condividerlo in rete?
La condivisione è essenziale per l’essere umano. Abbandonando l’illusione di essere qualcosa di separato, comprendi che l’unico modo per esistere è pensarci uniti gli uni agli altri o meglio ancora pensarci “negli altri”. Nella filosofia Orientale esiste la rete di Indra costituita da gemme interdipendenti: se ne guardi una, vedi dentro di essa il riflesso di tutte le altre. In internet il valore della interconnessione è similare e quindi credo che il mio piccolo contributo possa riverberare nella rete. Sia per me che per te, Annalisa, che porti avanti un tema a me così caro come l’alimentazione vegetale, la rete è importante. Ci permette di incontrarci e condividere due arti: la cucina e la musica, arti utilizzate per arrivare ad un valore che sta al di sopra di entrambe, “la compassione”. Il nostro è un piccolo sasso gettato in mezzo al lago di internet, che forma cerchi d’acqua capaci di arrivare fino alle sponde di ogni versante. Ecco perché condivido in rete.

Come possiamo partecipare?
Ho da pochi giorni raggiunto il 105% della campagna di crowdfunding sulla piattaforma di Musicraiser (il link è https://musicraiser.com/it/projects/9418). La raccolta fondi è stata pensata per coprire le spese di organizzazione di un tour. Come si può immaginare, le spese in questo campo non hanno mai fine: si va dalle prove con i musicisti, la copertura delle spese degli spostamenti fino a tutto il lato promozionale, sia su carta stampata che web. Rimangono ancora sei giorni alla fine della campagna e chi volesse prendervi parte è ben accetto. La cosa però alla quale tengo di più è rimanere vicini in condivisione, quindi suggerisco anche una soluzione molto più economica: iscriversi alla mia pagina https://www.facebook.com/simonebaldinitosivoxyoga/ .

Due parole su musica, ricerca tecnica, ricerca spirituale.
La ricerca tecnica è quello che può aiutare a seminare il proprio “orto” interiore. È il contesto logico che, attraverso una dinamica di negazione e comprensione del tipo “non è questo non è quello”, può portare all’abbandono della tecnica stessa. Essa, una volta assimilata, lascia totale spazio all’intuito. La musica diventa spirituale solo quando si spoglia della musica per rimanere una nuda vibrazione emotiva. La ricerca spirituale è la vita.

Due cd sul comodino e due libri sparsi per la stanza.
Mi piacerebbe a questo punto dire nomi altisonanti dell’ambito musicale, ma non sarei onesto. A volte sento che c’è meno spiritualità nella musica spirituale che in una imprecazione di un operaio (ahahahaha). Per me la musica è un’eterna improvvisazione, ma se devo parlare di cd che ancora oggi quando finiscono nella mia autoradio si lasciano ascoltare, direi “Lagrimas Negras” di Bebo Valdes e Diego El Cigala e “O” di Damien Rice. Di libri sparsi per la stanza ce ne sono più di due, ti lascio immaginare il disordine (ahahahah). Nel limite numerico che mi hai concesso scelgo “La pace è ogni passo” di Thich Nhat Hanh e “Frankenstein” di Mary Shelley.

Dove possiamo trovarti nel web e lungo la strada.
Sabato 20 gennaio sarò in concerto a Firenze per saperne di più ecco il link https://www.facebook.com/simonebaldinitosivoxyoga/photos/a.216067505488703.1073741833.216065452155575/397174787377973/?type=3&theater

Per ascoltarmi ecco alcuni link degli ultimi brani postati su Youtube:



Puoi trovarmi anche su Spotify e Deezer

Di seguito tutti i miei link di contatto:
https://www.facebook.com/simonebaldinitosivoxyoga/
https://www.youtube.com/user/BaldiniTosiSimone/featured?view_as=subscriber
https://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Baldini_Tosi

Grazie di cuore, alla prossima!
Grazie a te di cuore … mi inchino 🙂

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Buon Solstizio!

Buon Solstizio.

Buon Solstizio. Per me l’anno inizia proprio oggi, in concomitanza del Solstizio; il momento di passaggio è stato alle 16.29, come mi ha segnalato una preziosa amica. Inizia con la telefonata di una Maestra, come due anni fa, e la parola magica che mi ha lasciato. Inizia con lo scambio sottile con un’altra tenace e fiera maga di pianura e con chi ogni giorno, tra i monti, difende la sua Terra e accarezza le sue piante. Lontananza di corpi, ma vicinanza di anime.

L’anno che mi auguro vedrà le mani ancora più dipinte di Terra e di legno. E me lo auguro con l’immediatezza di un dogma cinguettante.

Vedrà ancora più organismi in fermento, anche se la cucina sarà nuovamente umida e fredda. O magari non lo sarà.

Di certo, le creature non sembrano farsi scoraggiare e si fanno beffe delle mie lamentele e del mio perenne inciampare nelle ore fuggitive.

Auguro a me stessa e a voi di parlare per sussurri; specie a chi urla, per nulla intimoriti, capaci di accarezzare le sue paure ma anche, nel delicato bisbigliare, di tracciare attorno a voi una linea forte che delimiti e protegga.

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Il Giovedì del Libro di Cucina: L’Erbana. Una selvatica in cucina.

Bentrovate e bentrovati! Ricordo a chi mi legge che, nella Pagina dedicata al Giovedì del Libro di Cucina, trovate segnalati i testi già recensiti. Le recensioni sono state scritte sia da me che da altri blogger; vi ricordo che ciascuno di voi può partecipare, con un articolo nel proprio blog o inviandomene uno via mail. Ho scelto di seguire l’ordine alfabetico per titolo, e non per autore, perché mi sembra più agile.

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Mesi di silenzio che dovevano essere rotti da un testo speciale: il libro che vi presento lo è sotto tutti gli aspetti. Non è in commercio, e quindi dovrete chiederlo e aspettarlo. È una summa della Cucina Naturale, locuzione che non uso mai perché inflazionata, ma che applicata all’Autrice riacquista tutta la sua fisica possanza. È il risultato di una vita dedicata all’amore per il sapere e al condensarlo nella cucina. Non ultimo, mi è stato consegnato dalle mani della donna che l’ha tradotto prima in cibo, e poi parole: Beatrice Calia.

Incontro Beatrice in un assolato pomeriggio di fine giugno. Un puntino verde nel placido traffico bolognese, la sua auto, mi dà l’effetto straniante di una Dea matriarcale piombata al centro della città, con un corteo di animali guida e piante. L’incontro dura troppo poco, ma gli spaccati della sua intensissima attività, intrecciata alla vita personale, sono lampi di luce che porto in me per giorni, specie durante la febbrile lettura e rilettura di questo testo, a lungo desiderato.

Come vi dicevo, al momento il libro non è disponibile; spero l’Autrice vi tornerà a breve, perché rappresenta davvero un unicum nel suo genere.
Tra fiaba, rigore scientifico, chimica alimentare e spirito giocoso da bimba romagnola, Beatrice regala ricette, ricordi, ritornelli didattici; la scrittura è agile, briosa e la voce della chef sembra raccontare le preparazioni librandosi dalla pagina.

A impreziosire ulteriomente questo concentrato di Cucina, la prefazione e i disegni dell’amico Libereso Guglielmi, da poco scomparso, che ricordo con affetto e ammirazione; per chi non lo conoscesse, il giardiniere di Calvino, come amava definirsi lui con una recusatio carica di ironia, umità e dolcezza. Essenziali e delicati, i tratti di Libereso illustrano alla perfezione la gioia di vivere che si fa piatto: non saprei come altro definire le ricette dell’Autrice!

L’indice? Più che un indice, un giardino botanico, entro il quale la chef vi conduce con proposte insolite, immaginifiche, e al tempo stesso semplici e presentate con la familiarità delle tavole casalinghe. Avreste mai pensato a un capitolo Golosità panose? Bea sì!

Le ricette sono chiare, spiegate con immediatezza visiva, gli ingredienti pochi e selezionati. Nessuna grafica ammiccante: difficile distinguere tra un romanzo e il manuale L’Erbana – Una selvatica in cucina. Eppure, lasciatevi rapire dalla sua penna: vi toccherà correre a cucinare, garantito!

Consigliato a tutti, dallo chef stellato incuriosito dalle erbe spontanee e dai doni del giardino, al neofita della cucina, all’appassionato che cerca di cucire i tasselli di tante filosofie alimentari che, nelle mani di Beatrice, si fanno pratica quotidiana.

 

I dati

Autore: Beatrice Calia

Titolo: L’erbana – una selvatica in cucina. Consigli e segreti per una alimentazione sana e naturale impreziosita da erbe e fiori.

Casa editrice: Edizioni Zem

Anno: 2015

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L’iniziativa del Giovedì vuol essere anche un cammino condiviso con il gruppo Facebook ‘Genitori Veg’. Io e le amministratrici riteniamo infatti che la recensione di testi di cucina e/o di nutrizione possa interessare ai genitori che nel gruppo chiedono e portano consigli, referenze e confronto.

Unisciti anche tu a ‘Il Giovedì del libro di cucina’!

Ti aspettiamo!

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Ritorniamo!

Una danza veloce sulla tastiera per riempire questi mesi in cui il sito vi è apparso in letargo.

Ringrazio di cuore tutte le lettrici e i lettori che mi hanno scritto, telefonato, le persone che ho incontrato dal vivo e le amicizie che la rete ha regalato e trasformato in contatti pelle a pelle.

Stiamo bene, il tempo è trascorso curando la Terra e le persone. Anche attraverso la tavola. Sento che è il tempo di curare la scrittura, così difficoltosa in questi giorni, e la comunicazione; è tempo di dedicarmi a tradurre in parole la gratitudine profonda che provo.

È che talvolta ci si abbandona agli sbadigli, come Silo in questa foto di due anni fa.

 

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L’intervista del Venerdì: Franco Lodini e le Erbe spontanee

Care lettrici e cari lettori, la campagna in questa stagione richiede dedizione totale ma, anche nella calura, le erbe spontanee non smettono di sbeffeggiare le cugine coltivate e mi chiamano a sé. Mentre ‘assaggiate’ qualche proposta nel blog gemello, Cucina selvatica, ecco un’intervista a un forager che ho avuto il piacere di conoscere personalmente: Franco Lodini. Franco ci racconta la fitoalimurgia con tono chiaro, conciso e con un forte tocco personale, ma anche con una lettura critica e acuta di cosa significa, nel 2017, andar per erbe. Buona lettura!

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Buongiorno Franco, e grazie per averci concesso quest’intervista! Inizio con chiederti subito della tua attività di forager: in che senso ti occupi di erbe spontanee?

Quattro anni fa mi sono trovato all’improvviso senza lavoro, così ho avuto un’idea che veniva da una mia vecchia passione, raccogliere le erbe spontanee e proporle a ristoranti di livello. Scoprii che un ristorante vicino a dove abito, l’Osteria di Passignano di Tavarnelle Val di Pesa, aveva preso una stella Michelin e che nel menu aveva un “risotto con erbe di campo”, così mi si accese la famosa lampadina e proposi allo chef una fornitura regolare di erbe e fiori e così “sono sceso in campo”! Poi da lì, col passa parola sono arrivati altri ristoranti di Firenze e dintorni. Il mio lavoro consiste quindi nel cercare, raccogliere e pulire le erbe che nascono spontaneamente in ogni stagione, proporle ai ristoranti secondo le loro esigenze e secondo i piatti del loro menu.

L’inizio della tua storia d’amore con le piante selvatiche e il tuo percorso nel corteggiarle.

Arrivato in Toscana nel Chianti dal profondo nord, scoprii questa antica tradizione (la fitoalimurgia) di raccogliere le erbe di campo, praticata soprattutto da donne anziane, che piano piano si trasformò in interesse e passione. Prima i contatti con le persone del paese poi il desiderio di saperne di più e di approfondire la conoscenza delle erbe mi hanno portato a “collezionare” e sperimentare altre erbe sconosciute ai più e i cui usi alimentari erano praticamente scomparsi

Quali restano le tue preferite?

Il tarassaco (Taraxacum officinale), per la sua versatilità: si può usare tutto, dalle foglie, ai boccioli, ai fiori e alla radice; gli strigoli (Silene vulgaris) perché sono quasi sempre disponibili e si prestano a ottime preparazioni gastronomiche come il risotto, la frittata oltre che essere buoni anche crudi; d’inverno, i raperonzoli (Campanula rapunculus): è come trovare un tesoro! si fa tanta fatica a scovarli (bisogna memorizzare le fioriture estive), estrarli (è come estrarre un dente…), ripulirli ma mangiarne le foglie e le radici col loro gradevole sapore di nocciola è semplicemente favoloso.

Oradaria

Il tuo percorso personale, prima di innamorarti delle erbacce.

Mi sono sempre occupato di turismo come imprenditore e ho gestito diverse strutture, tra cui molti ostelli per la gioventù, sono così entrato in contatto con molti turisti spesso stranieri: ho scoperto che molti di loro erano culturalmente più preparati di noi a scoprire la natura e i suoi prodotti; mi è capitato più di una volta di trovare, tra gli oggetti dimenticati, qualche libro per il riconoscimento delle erbe e delle piante dei nostri territori. E non chiamarle erbacce sai!

Come collabori con i professionisti della ristorazione?

Ho trovato persone molto interessate sia con scarse conoscenze di erbe spontanee sia, al contrario, con già una discreta conoscenza, anche proveniente da esperienze internazionali dove l’elemento selvatico nel cibo era più considerato (penso a chi di loro è stato al Noma di Copenhagen o al Mirazur di Mentone). In ogni caso io propongo erbe, germogli, fiori, frutti, che si trovano in natura secondo la stagionalità; loro, in base a quello che trovo a volte privilegiano singole erbe per mettere un piatto preciso nel menu (es. risotto con gli strigoli) che deve durare per diversi mesi, oppure se ne servono per decorazione di altri piatti oppure entrano in composizioni con altre verdure o in contrasto con altre pietanze. E’ spesso per loro una sfida, non è come andare al mercato e scegliere il prodotto che si vuole, bisogna usare quello che si trova!

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Quali sono le richieste dei privati?

Non lavoro molto con i privati a livello commerciale, mi capita di fornire amici che mi chiedono erbe per qualche occasione speciale; una volta mi è capitato di fornire un gruppo di acquisto di Firenze, si fece così “l’operazione misticanza per tutti” in cui preparai ca. 20 sacchetti con 200 gr. di 25 specie diverse di erbe e fiori, proporzionate e calibrate, un lavoro di packaging pazzesco!

Ti occupi anche di didattica delle erbe spontanee e qual è il tuo pubblico? Più in generale, quanto l’insegnamento è radicato nella tua esperienza di vita?

Molto, ho avuto anche altre esperienze d’insegnamento (anche se di altre materie come inglese e marketing del turismo), all’università, in scuole pubbliche, a corsi di formazione. Organizzo corsi per soci di Slow Food (sto anche terminando con SF un percorso di formazione per diventare formatore accreditato) o privati (agriturismi soprattutto) che me lo chiedono per i loro clienti. Chi partecipa ai corsi è generalmente un appassionato di erbe (diciamo che è anche un po’ di moda…), a volte sono famiglie con bambini, tutti molto interessati a riscoprire, anche in base al pregiudizio che tutto quello che viene dalla natura è buono e bello, o perché vogliono riscoprire un’attività che affonda nella loro tradizione familiare (quanti mi hanno detto: mia nonna mi portava a raccogliere le erbe da piccolo ma ora non mi ricordo più nulla). Insomma io cerco di trasformare questo interesse a volte superficiale e di moda in un’esperienza costruttiva e piacevole.

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Puoi anticipare qualcosa del testo cui stai lavorando?

Il testo che verrà edito dalla casa editrice Giunti parte proprio dalla mia esperienza personale, cioè di chi 3 – 4 giorni alla settimana per tutto l’anno va alla ricerca di erbe e le porta nei ristoranti, quindi si basa molto sulla pratica del riconoscimento e dell’utilizzo delle erbe. Ho scelto di non occuparmi dell’aspetto fitoterapeutico delle erbe (perché non ne ho la competenza e perché credo che curarsi con le erbe è un’illusione, sarebbe ritornare al Medioevo…) ma di limitarmi a parlare e segnalare delle erbe ad uso strettamente gastronomico per il quale vengono date anche indicazioni e a volte anche qualche ricetta.

Quali i consigli per andare a erbe che senti di condividere con i neofiti?

C’è solo un consiglio importante: conoscere bene le erbe, anche se il pericolo di incappare in erbe velenose e pericolose è veramente raro, è importante conoscere quello che si raccoglie. Per questo bisogna avere una guida, meglio se una persona che le conosce ma si può anche acquisire conoscenza leggendo libri specializzati sulle erbe; poi bisogna ricordare i posti perché la maggior parte delle erbe è perenne o predilige gli stessi luoghi e non esagerare con la raccolta: meglio raccogliere quello che serve e “scendere in campo” una volta di più, così si fanno anche più passeggiate salutari…

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Tre libri che non possono mancare nella biblioteca del forager.

La Bibbia di chiunque si occupi di erbe in Italia: Pignatti Sandro, Flora d’Italia, (3 vol.) Edagricole 1982 (Nota mia: ultima edizione 2011); un libro (che può variare da regione a regione) sulle erbe locali (da cui tutti dovrebbero partire, ce ne sono molti), G.Corsi-A.M.Pagni, Piante selvatiche di uso alimentare in Toscana, Pacini 1979; infine un manuale dedicato al riconoscimento delle erbe: Simonetti Gualtiero e Watschinger Marta, Guida al riconoscimento delle erbe di campi e prati, Mondadori 1986. Non mancherei di citare però anche un paio di siti che si occupano di erbe, il primo è il sito più importante con informazioni botaniche dettagliate, descrizioni, usi e belle fotografie: http://www.actaplantarum.org, l’altro, di Pietro Ficarra, un appassionato etnobotanico è un sito con informazioni, descrizioni, curiosità e suggerimenti gastronomici: http://www.piantespontaneeincucina.info

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Tre libri sul comodino.

I racconti di Hemingway, le poesie di Dylan Thomas, I promessi sposi di Manzoni

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I tuoi progetti futuri.

Continuare, oltre all’attività economica vera e propria, soprattutto la divulgazione di questa antica attività, la fitoalimurgia, per far sì che la gente si riappropri del piacere di andar per erbe e non dimentichi che un tempo le erbe erano parte del nostro cibo e della nostra vita quotidiana e non si trovavano nelle buste dei supermercati.

Grazie di averci dedicato il tuo tempo!

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L’intervista del Venerdì: Daniela e La Casetta del Biancospino

Cari lettori an(n)archici, ecco qui una nuova intervista.

Onorata e felice di ospitare Daniela Martino de ‘La Casetta del Biancospino‘, che ci racconta la propria esperienza di vita. Andatela a trovare virtualmente e personalmente, ne vale la pena!

Buongiorno Daniela, e grazie del tempo che ci dedichi! Parto chiedendoti subito di raccontare l’anima da cui è sbocciato il tuo progetto e perché il Biancospino.

Il progetto del laboratorio permanente di riconnessione con la natura è nato poco alla volta, mattoncino dopo mattoncino, ogni giorno che trascorrevo nella casa in montagna in cui mi sono trasferita 4 anni fa e che ho chiamato “La Casetta del biancospino”. Non c’è stata una singola improvvisa illuminazione, bensì un processo molto lungo iniziato nel momento in cui ho deciso che il modo in cui vivevo la mia vita non mi soddisfaceva più e ho fatto qualcosa per cambiarla.

Il bisogno era, come intuibile, quello di condurre una vita più al ritmo della natura, più immersa nei suoi suoni e nei suoi cambiamenti. Mi sembra incredibile dirlo adesso, ma fino a non molti anni fa io non prestavo nessuna attenzione neppure allo sbocciare dei fiori, all’abbondanza da raccogliere in ogni stagione, ai cambi di colore nei prati e nei boschi.

Il bisogno era anche quello di essere meno legata al guadagno mensile, modificando il mio stile di vita secondo la regola per cui “non è ricco colui che possiede di più, ma colui che necessita meno”, come diceva qualcuno più saggio di me!

Ho scelto il biancospino come simbolo perché, nelle parole dell’erborista Carlo Signorini, è la pianta che “rappresenta la speranza rasserenante che dona fede e amore, dissolve i blocchi energetici ed emozionali e i muri mentali che ci siamo costruiti”.

Vuoi raccontarci brevemente del tuo percorso professionale?

Di carte, nozioni ed esperienza ne ho accumulate un po’ lungo il percorso. Mi sono diplomata in lingue straniere, poi laureata in Scienze forestali per interesse verso gli alberi e la montagna. Specializzata in seguito nelle cose più svariate: dalla gestione rifiuti, ai sistemi informativi geografici, alla Rete Natura 2000, fino ad arrivare alla fitoalimurgia, la fitocosmesi e la fitoterapia, prediligendo per quest’ultime gli aspetti più pratici ed esperenziali al solo studio teorico fine a se stesso.

Le erbe, gli arbusti, gli alberi

In un modo o nell’altro mi accompagnano da ormai 17 anni, con molte interruzioni – anche lunghissime – e molti cambi di percorso intermedi. E’ un po’ come la relazione con i propri genitori o i propri fratelli…dura tutta la vita ma è intermittente e mutevole.

Il primo approccio è stato quello accademico, delle chiavi dicotomiche, delle formule fiorali, dei mille termini botanici da memorizzare, dei boschi come biomassa da tagliare e bruciare. Interessante per un po’ ma estremamente riduttivo e meccanicistico perché non è stato in grado di rendermi davvero consapevole che le piante sono esseri viventi come noi. È come la differenza tra accudire un animale o sezionarne uno morto per studiarlo.

Dopo è arrivato l’approccio più “naturalistico”, diretto alla conservazione della Natura (con la maiuscola) ma basato ancora troppo su note ministeriali, decreti legge, piani di gestione e liste rosse.

L’ultimo, il più vero di tutti, è stato quello da osservatrice, raccoglitrice, trasformatrice e utilizzatrice diretta, da cui oramai non potrei più prescindere. Avvicinarsi al mondo vegetale utilizzando i 5 sensi è il modo migliore per conoscere e rendere familiari questi esseri viventi e ricordare, non solo con la mente ma con tutto il corpo, le loro virtù.

La sensibilità nelle tue foto, sia quelle che ritraggono piante e sassi, sia quelle che raccontano il tuo lavoro: colpisce molto e, con la semplicità che le contraddistingue, comunica un senso di pulizia e di personalità rispettosa, decisa, forgiata. Raccontaci un po’

Di fronte a parole come sensibilità, semplicità, pulizia e “personalità rispettosa, decisa, forgiata” mi rimane poco da raccontare e molto da ringraziare.

Io mi definisco una ‘comunicatrice per immagini’. La fotografia è il mezzo di comunicazione attraverso cui riesco ad essere più aperta e sensibile. Mi piace osservare e catturare quello che di bello e di buono succede davanti ai miei occhi, senza nemmeno volerne prendere parte, quasi a non volerlo sporcare, infastidire e interferire con il suo equilibrio.

Autoprodurre nell’idea di Daniela e la pratica nelle sue mani

Autoprodurre è un vocabolario che nella mia vita non è presente da molti anni. Mentre la creatività artigianale, e quindi l’abilità manuale, c’è sempre stata, l’idea di autoprodurre ciò che serve anche al mio corpo esterno ed interno non è stata scontata. Ma da quando ho iniziato non ho più smesso!

Autoprodurre significa autodeterminarsi, decidere da sé cosa fa bene e cosa non piace. Significa, in ultima analisi, prendersi la responsabilità del benessere del proprio corpo, della salubrità dell’ambiente in cui si vive, smettendo di delegare ad altri. Nei limiti di ciò che è possibile ovviamente.

La cosmesi nell’idea di Daniela e la pratica nelle sue mani

A mano a mano che proseguivo con lo studio e la pratica dell’autoproduzione cosmetica naturale, mi rendevo sempre più conto che l’essenzialità e l’approccio scientifico dovevano essere i capisaldi della mia personale versione della cosmesi, di cui ormai il web, le librerie, i negozi e la televisione sono stracolmi. Quindi evitare il più possibile le formulazioni complesse, l’acquisto compulsivo di ogni nuova materia prima immessa sul mercato, degli attivi cosmetici o di materie prime troppo lontane da dove vivo e preferire invece prodotti semplici ma efficaci.

Non è stato facile destreggiarsi nell’immensità di informazioni e input sulla materia (che è infatti oggetto di studi accademici per la sua complessità!), soprattutto perché appare tutto necessario e tutto desiderabile.

Molto lo devo alle persone che sono venute ai miei laboratori e a quelle che hanno provato ciò che producevo. Dall’esperienza mia e loro ho compreso che il nostro corpo, per sentirsi pulito e curato, ha bisogno di pochissime materie prime, ma che siano di qualità e usate nella modalità più giusta. Un semplice sapone artigianale ad esempio, seppur di qualità, ha un effetto diverso se utilizzato per detergere la pelle del corpo, le parti intime o i capelli. Nel primo caso è ottimo, nel secondo caso potrebbe essere dannoso, nel terzo caso lo è sicuramente.

Fondamentale poi è sapersi fermare dove arriva la propria comprensione e ricordarsi che per le questioni più complicate esistono tanti professionisti che possono venire in aiuto.

La pratica dell’autoproduzione cosmetica naturale, di conseguenza, non è nulla di più complicato della realizzazione di una torta fatta in casa! Stesse attrezzature della cucina, stesso tavolo e fornelli, stessa tipologia di contenitori e stesse abilità. Non a caso ‘spignattare*’ originariamente significa ‘affaccendarsi in cucina tra i fornelli’.

* termine utilizzato da chi autoproduce cosmetici

Cosa vorresti condividere dei tuoi laboratori? Come possiamo contattarti?

I laboratori ovviamente rispecchiano la mia idea della cosmesi naturale, quindi hanno come obiettivo quello di mettere le persone in grado di riprodurre da sé i prodotti più necessari per la cura del corpo, oltre a fornire loro le nozioni di base per comprendere ciò che stanno facendo.

Ritengo importante coinvolgere le persone direttamente in ciò che sto insegnando, creando un clima familiare e giocoso, perché, come diceva Confucio, ‘Se faccio, imparo’. Ascoltare e guardare spesso non bastano.

Per contattarmi potete utilizzare i contatti presenti sul mio sito internet http://ladispensacosmetica.wordpress.com

Sogni e progetti.

Di progetti sognati ad occhi chiusi e ad occhi aperti ce ne sono tanti. Per il futuro il sogno più importante è quello di trovare un modo di far convivere i tre approcci di cui ho parlato nella terza risposta e trarne ciò che mi serve per vivere.

La dispensa del biancospino: tre ingredienti base per la cucina e tre per la cosmesi

Per la cosmesi tre ingredienti sono pochini ma direi argilla verde, oli essenziali e un olio vegetale.

Per la cucina lascerei rispondere a chi si dedica alla nobile arte di cucinare con migliori risultati di me, ma se proprio devo dire la mia sarebbe: farro, lenticchie ed erbe spontanee! cioè quello che nella mia dispensa (e nel mio giardino) non manca mai e mi viene in soccorso quando tutto il resto è finito!

Tre libri sul comodino

– “Diario” di Etty Hillesum per la forza spirituale che emana ogni singola pagina scritta da una ragazza di 28 anni

– “Il senso di Smilla per la neve” di Peter Hoeg perché è un libro che spiega perfettamente il ‘calore della neve’, cioè quella sensibilità nascosta dove sembra che ci sia solo freddezza

– “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés per riconoscere la donna selvaggia dentro di noi

Grazie di cuore, alla prossima!

Link:

http://lacasettadelbiancospino.wordpress.com

 

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Conosci una realtà interessante, che operi nell’ambito del volontariato sociale o animalista, della decrescita, del consumo critico? Apprezzi un artigiano o un’azienda in linea con la filosofia ‘small is beautiful‘? Segnalamela e sarò felice, se risponde all’etica di ‘Passato tra le mani’, di intervistarla.

Curioso della mia libreria Anobii?

Eccone una parte: http://www.anobii.com/neofrieda79/books

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Di corpi e di anni

A chi mi ha chiesto di raccontare ancora.
Alla mia intimità, che desidero non sia violata.
Ma anche alla mia stanchezza e alla consapevolezza che impormi un minimo di ritmo, anche nello scrivere, è prospettiva sana.

Uno scorcio assolato di silenzio estivo.

Non sono tra i campi e un po’ mi manca. Ma sono stata tra le grida e le commistioni linguistiche e fonetiche dei miei figli. Ho raccolto rubini dal mio corpo e li ho donati alla Terra – pratica che alcuni considerano sconcia, o folle, io considero segno di gratitudine.

Per qualche giorno non ho cucinato e non cucinerò, se non qualche piccola conserva che resterà a sonnecchiare per mesi e che non mi ha pienamente soddisfatta, forse perché ho davvero bisogno di silenzio, di digiuno dal tempo che corre e dalle emozioni che bruciano.

Mangio frutta selvatica e la trovo quasi carica di una lussuria insopportabile, eppure ne sono golosa.

Ho selezionato i pochi vestiti che mi sono stati donati e che talora ho indossato. Nonostante la maternità abbia solo sfiorato il mio fisico esile, lo vedo privo delle note acerbe che ancora, nei miei ricordi, lo caratterizzano, e che tanto vorrei, in una donna, potessero significare un corpo inviolato.

Sento che è ancora tempo di trattenere il respiro e che ancora non sono in grado di tornare a correre. E auguro a chiunque di voi di potersi fermare e dormire un po’, nel caldo accecante di un pomeriggio estivo o nella frescura pizzicante di una notte rinverdita dalla pioggia.

 

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